Il Problema dallo Psicoterapeuta

Sembrerà paradossale, ma spesso il paziente al primo colloquio dal terapeuta non riesce a definire un problema specifico. Dopo le più disparate motivazioni che lo hanno spinto a prendere appuntamento quello del problema specifico rimane un enigma. Non è un eventualità strana. Faccio un esempio: problemi con il partner, problemi a lavoro, difficoltà negli studi, paure esagerate verso certi posti o certe creature, timidezza problematica, una separazione ingestibile, giudizio autolesionista, delusioni delle persone più care, rabbia ingiustificata verso la madre, insicurezza, agitazione, vergogna, senzo di colpa, eccessivo senso di responsabilità, l’imposibilità a dire no, la solitudine a cui si è destinati a rimanere tutte le volte, le recriminazioni e il diritto al risarcimento. Sono solo alcuni esempi, generici e soltanto i più comuni. Sovente culminanti nella dichiarazione sognante: “vorrei alzarmi domattina ed essere felice!” Sia chiaro, ciascun paziente riporta un problema irripetibile, personale e va rispettato e ascoltato. D’altra parte la domanda che potrebbe essere utile al paziente è:

cosa posso propormi come obiettivo che posso produrre io?

Questa proposta non è facilmente ricevibile. Il paziente si è rivolto al terapeuta proprio perchè non riesce a raggiungere degli scopi perché afflitto da disturbi di vario genere. Siamo noi a dovergli fornire le soluzioni. Quanto meno un po’ di benessere che hanno perso per strada. Ma questa constatazione così ovvia nasconde una serie di insidie e trappole a cui sottoponiamo l’intera immagine della psicologia. Perchè siamo strettamente dipendenti ad una teoria della realtà e dell’uomo governate da un meccanismo lineare (quanto banale) vale a dire: laddove c’è una malattia corrisponde una guarigione. Proseguendo questo ragionamento ci ritroviamo alla inverosimile conclusione che la guarigione dovrebbe coincidere con il ritorno al punto di partenza, cioè l’assenza di malattia e un passato ritrovato.

“non si guarisce, sia chiaro, ma si può cambiare”

Non funziona così, non si torna indietro.  Raramente ha funzionato e non possiamo permetterci di avanzare richieste di attesa, terapie lunghissime al termine provvisorio delle quali non si sa più se sia stata la terapia o ben altre circostanze a causare il cambiamento. Allora puntiamo al presente. Il cambiamento è rivolto verso il presente. La ricostruzione più semplice possibile di ciò che turba il paziente. In prima persona, protagonista di un film in cui si vede e riordina le scene che lo “disturbano”.  Domande aperte, dirette al contenuto emotivo e narrativo. Cosa è successo, dove, come, quando, chi sono i protagonisti. Stiamo facendo entrare nella scena il paziente, non più come spettatore. Aiutandolo a osservarsi attivamente e dall’interno della propria sofferenza. Questo significa che ciò che gli accade non è là fuori, non è pura casualità, non è un rivendicare credito all’ingrato “amato” o ritenersi in debito verso l’intera esistenza. Esternalità ed estraneità sono i temi tipici del primo colloquio, quando il paziente vorrebbe uscir fuori da quanto gli succede, dalla “malattia” chiedendo una guarigione. Non accetta di contemplare quella parte di sè che nella storia personale non ha potuto riconoscersi.

“un cambiamento in termini di esperienza personale”

Ecco perché pongo la proposta di formare un obiettivo specifico e concreto, riproducibile dal paziente stesso. Una volta raggiunto lo scopo poterne percepire un personale feedback che incrementa la consapevolezza emotiva e ridefinisce il paziente come essere autonomo, all’interno di un mondo complicato in cui è difficile rintracciare nella caotica impresa delle cause ed effetti una chiave di lettura coerente. Questa proposta di lavoro consente al paziente di poterne cogliere il contributo in prima persona che presumeva dovesse pervenire dalla prescrizione medica. Una volta raggiunto nelle successive sedute l’obiettivo, poterne verificare l’empirica consistenza e continuità con la propria trama narrativa. Vale a dire poter reinserire il problema iniziale e “difficile da raccontare” in un racconto governato dalle leggi psicologiche della persona che chiede di essere ascoltata per 55 minuti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...