Il Primo Colloquio: quale Relazione?

 

Un “primo colloquio” dallo psicoterapeuta non è mai uguale agli altri. In entrambe le parti, terapeuta e paziente, due storie umane e due storici. Motivi diversi portano l’uno di fronte all’altro, impraticabile la ricerca di regole generali su cui impostare previsioni. Chiunque può prendere i posti di entrambi, pochi possono portarli a termine. Voglio dire, se abbiamo un alto tasso di casualità che contraddistingue i due che giungono alla studio, alla fine ciò che conta è il come viene impostata e condivisa la terapia da tutte e due.
Sapete ciò che colpisce in questa inedita relazione sin dalle prime battute? L’asimmetria. Letteralmente, la mancanza di equilibrio, di distribuzione delle risorse, della ripartizione degli spazi, chi sta sopra e chi sta sotto. Un fatto di potere che si traduce in questa visione geometrica. Chiedere un incontro allo psicoterapeuta  spesso è concepito come una richiesta di aiuto da una posizione di debolezza ad un “esperto” che possiede la “competenza esclusiva” per rimediare alla sofferenza dell’altro: una posizione di forza verso chi non ce l’ha. Questo genere di metafora è riproducibile in altre situazioni “etologiche”, tutte caratterizzate da una impronta di potere e dei suoi effetti in direzione di chi non ha potere.

Inoltre il potere mette in mostra una “scala”, una linea discontinua verticale che prefigura la fine nella persona che non ha potere ma lo subisce, del  riconoscimento di persona indipendente e autonoma, “privato” del potere legittimo su se stesso. Nell’immaginario collettivo ci si imbatte nella resa dei conti imprevisti dell’ “in – conscio” proprio e degli altri. Allora il potere scatena vergogna, frustrazione, umiliazione, disgusto, disprezzo, rifuto, isolamento, solitudine, in chi è “vittima” di potere, al contrario per chi esercita potere ne deriva gioia, disponibilità di risorse, riconoscimento di forza. D’altra parte, la definizione dei rapporti di potere con l’individuazione di “ranghi”, di posizioni, permette di poter accedere nel territorio di chi sta sopra senza essere soppresso: una possibilità di ingresso nel luogo riservato al più forte in cui si trovano le migliori possibilità di sopravvivenza.

Nella geometria del rapporto psicoterapeuta-paziente vorrei sottolineare poi un altro importante aspetto: quello dell’aiuto. Sia chiaro, chiedere aiuto è una mossa atipica nel mondo darwiniano. Nel richiedere un primo colloquio succede che il paziente chiede ad una persona estranea che si avvicini per fornire un aiuto in cui affidiamo un riconoscimento di forza (saggia o bruta…) che il paziente impara ad accettare in altri, diffidando del proprio potere su se stesso. E il terapeuta presta l’aiuto richiesto (accudimento). Le regole di comportamento suonano più o meno così:  quando ti trovi in difficoltà, sposta la tua attenzione sul membro del tuo gruppo sociale più forte o più esperto di te per chiedere aiuto. Ho detto che difficilmente troviamo tale comportamento in natura. I primati maggiori, bonobo, gorilla e scimpanzé, mostrano una sequenza significativa di atti che possiamo definire “richiesta di aiuto” allo scopo di mantenere in vita il più debole: con precisi schemi di comportamento si segnala all’altro le difficoltà in cui mi trovo affiché mi presti soccorso avvicinandosi a me. Ma è una ipotesi condizionata dall’osservatore, che è un essere umano.

Breve digressione: al di là dell’uomo, una delle caratteristiche che non trovate facilmente nell’universo terrestre è la capacità di “leggere” nella mente di chi ci sta davanti. Ecco, quando osserviamo uno scimpanzè andare verso un partner aggredito da un maschio alfa, fargli grooming (spulciarlo) che sarebbe l’equivalente della consolazione umana, ebbene non facciamo altro che appiccicarci una nostra teoria. Supponiamo in sostanza che il primate “rattristito” si “avvicini” all’altro che lo vede “sofferente” per “consolarlo” così che l’altro sia “sollevato” dal comportamento “accudente e comprensivo” del “benefattore”. Questo genere di processo mentale è umanissimo, nel senso che non lo trovate negli animali se non in formato “proiettivo”, lo avete attribuito voi stessi. Lo può fare un ricercatore osservando delle scimmie oppure voi quando vi “emozionate” di fronte agli occhi del vostro gatto. La capacità di attribuire una mente all’altro ha un enorme impatto sullo scatto decisivo che ci rende così diversi dagli altri animali. Siamo in grado in sostanza di leggere la mente degli altri producendo teorie su cosa pensino e cosa provino rispetto a noi, cercando di prevederne le mosse o ipotizzando spiegazioni che vadano oltre i comportamenti che osserviamo negli altri. Andiamo oltre la letterarietà, oltre i sensi. Per inciso è il problema di un autistico, rimanere ai significati letterali e non saper giocare a “far finta” di mettersi nei panni (pensieri) dell’altro.

Ritorniamo alla richiesta di aiuto. Non è semplice per un adulto, ma ha imparato alcune cose da bambino. I bambini imparano abbastanza in fretta a chi chiedere aiuto, cioè a persone specifiche. Da lì per il resto della vita adotteranno i medesimi criteri di selezione su chi e come richiedere aiuto. Lo psicoterapeuta è una figura controversa, anonima ed estranea. Sarà una dura prova di selezione, indagare e capire come chiedergli aiuto nonché tenendo conto delle ripercussioni gerarchiche che vengono sollecitate nel proprio e altrui immaginario. Molte volte i pazienti arrivano in studio preparati, da qualche parte hanno ricavato informazioni sul curriculum del terapeuta, sui meriti e i difetti “estetici”, hanno cercato scrupolosamente pettegolezzi che sono una ricca fonte di conoscenze “arrangiate”, sempre utili nei casi di necessità. Chiedere aiuto sarà strettamente dipendente dal come hanno imparato a chiedere e a chi rivolgersi. Questo è un fattore che uno psicoterapeuta non può permettersi di trascurare, si perderebbe un pezzo fondamentale del suo lavoro.

La relazione quindi girerà intorno al pendolo del potere, vale a dire nella definizione dei ranghi (chi sta sopra e chi sta sotto), ed anche sulla dinamica della richiesta di aiuto e cioè sollecitare l’altro di avvicinarsi alla sofferenza e attenuarla almeno. Sto parlando di una richiesta di attaccamento e la disponibilità di accudimento (dare aiuto). Ma c’è un altro aspetto della relazione che non possiamo trascurare nel primo colloquio, in questo preludio, in questi primi passi attraverso cui una persona si avvia verso il primo incontro con il terapeuta. Può innestarsi pure una relazione il cui scopo è fondamentale nei rapporti umani: una relazione sessuale. Significa letteralmente cercare nell’altro la disponibilità ad accoppiarsi, attraverso il rituale del corteggiamento, il raggiungimento dell’orgasmo e  cercando di mantenere la vicinanza del partner per futuri incontri sessuali.
Questa catena di ipotesi è vincolata dalla selezione naturale che stabilisce che due umani quando si avvicinano abbiano pochi ed efficienti schemi di “linguaggi” con cui mettersi in relazione, quello sessuale è uno dei più potenti insieme all’agonistico (il potere) e alla richiesta/dare aiuto all’altro partner (accudimento/attaccamento).

Di recente, infine, le ricerche hanno messo in evidenza un quinto linguaggio, quello della cooperazione. In tale tipo di interazione i due partner non vedono nell’altro un estraneo da sottomettere, ma si pongono su un piano orizzontale di parità e di collaborazione reciproca per raggiungere un obiettivo esterno con uno sforzo congiunto. Questo tipo di comportamento interpersonale si riscontra soltanto in misura rudimentale nei primati maggiori, mentre nell’uomo lo possiamo osservare già nei bambini di un anno.
Quest’ultimo tipo di relazione, paritetica e cooperativa, è l’ambizioso obiettivo che il terapeuta bada a non scordare e cerca di non perdere mai di vista, mentre aspetta l’ora in cui conoscerà il paziente.
Non è facile il gioco di relazioni quando lo osserviamo e cerchiamo di capirlo. Esse forniscono un quadro ricco di informazioni su come procederà la storia terapeutica. Nei 55 minuti di colloquio e nei possibili successivi la relazione oscillerà da un livello all’altro e nei casi più complessi sarà confusa su più livelli. Ma sta tutta lì la storia, inizio, sviluppo e conclusioni. Dettati dalle inesoraibli regole della relazione agonistica, sessuale, d’attaccamento e accudimento, cooperativa.
Alla fine siamo giunti alle prime impressioni, la stretta di mano, i pochi passi per accomodarsi e attendere che il primo parli. Il primo colloquio dallo psicoterapeuta non è poi così diverso dal primo incontro con una persona familiare o sconosciuta, casualmente sul nostro territorio.

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