Intorno alla Scienza

In un interessante dibattito inaugurato da Klepero sono venute fuori una serie di controversie sul rapporto tra la ricerca di un fisico e la speculazione di un credente. Ora, è chiaro che si tratta di una semplificazione che apporta solo malintesi. Il credente è colui che crede in un dio, a modo suo o in accordo alle indicazioni di un dogma istituzionalizzato da una chiesa e da un testo sacro. Chi si occupa di scienza negli ultimi 400 anni adotta un metodo specifico, quello sperimentale con il quale intraprende una procedura di verifica delle ipotesi e successivamente la replica dell’esperimento da parte della comunità scientifica per controllare la credibilità della ricerca. Le ipotesi provengono dalle teorie che stanno alla base dell’intero paradigma entro cui concepiamo, categorizziamo, problematizziamo, confermiamo il nostro mondo. Un fisico fa quindi leva su teorie, modelli, ipotesi, verifiche, esperienza ed esperimenti. Fa riferimento a dati misurabili, quantificabili. Al di fuori della categoria degli scienziati “sodi”, c’è tutto il resto. Credenti e non, analfabeti e ammazzagente, sapienti e santi, ingrati e incompresi, pazzi e preti.
Quindi in sintesi: un ricercatore sta estremamente attento a far in modo che le ipotesi funzionino, fornendo spiegazioni verificate. Cerca regolarità o, meglio, cerca conferme sperimentali alle ipotesi di regolarità che sussume. Perchè un aspetto del fascino delle scienze dure è rintracciabile in questa ambiziosa specificità: trovare leggi che governano i fenomeni fisici per poterli prevedere nel tempo e nello spazio. Questo significa che posso sapere cosa aspettarmi e magari trovare un rimedio se quanto previsto è minaccioso per la nostra incolumità. 

A chi non eccita l’idea di prevedere il futuro e persino il passato? La previsione di quanto può accadere è una operazione mentale estremamente importante, connaturata nel nostro genoma dal momento in cui siamo organismi con la caratteristica specifica di allargare il nostro spazio vitale al di là della fisicità dei nostri sensi. Ci rappresentiamo il mondo e produciamo immagini consapevoli del domani e di cosa possa esserci dietro l’angolo. Siamo costantemente produttori di futuro.
A questo punto poniamo una concusone provvisoria: una volta scoperte le leggi fisiche che governano la natura si rivelano fonte di informazioni su quanto avverrà, e possiamo anche pilotarle, controllarle, impedire catastrofi e sventare minacce. Non solo, possiamo conoscere come funziona il mondo e capirne il significato globale salvaguardando il nostro benessere, potenziando le capacità tecnologiche e smascherando tutte le fantateorie che hanno ingannato o fuorviato per secoli le generazioni precedenti.
Un attimo, meglio fare delle osservazioni personali:


1) Questo modo di pensare la ricerca scientifica adopera implicitamente la metafora del progresso, che vuol dire in poche parole “accumulo” di conoscenze in modo lineare e in continuo miglioramento sino ad un utopistico fine di comprensione onnisciente. Ne deriva che la scienza del passato che non è più confermata dal controllo sperimentale fa parte del cieco gioco del progresso e adesso non ha più importanza. Eppure la storia della scienza è fatta di tentativi ed errori, di grossi salti, di incredibili passi indietro. Se è lecito un esperimento mentale, il progresso può essere visto al contrario. Le conoscenze passate hanno fornito tutte le immagini praticabili dell’indagine scientifica, sicché ogni forma di ricerca scientifica non fa altro che variare i contenuti di un progetto già dettato dalle immagini del passato.


2) Quando si asserisce che la scienza investiga la natura per scovarne le leggi universali con un grado di previsione accettabile e soprattutto un riscontro tecnologico, spesse volte tacitamente si da per scontato che ogni forma di speculazione senza risvolti tecnologici sia nella migliore delle ipotesi vista con mal celata diffidenza se non esplicitamente bollata come una perdita di tempo intorno a un cocktail di superstizione, metafsica, religione ect ect.
Ma la realtà investigata da un fisico è una realtà provvisoria, selezionata dal paradigma in cui inscrive la sua ricerca: cioè si pone delle domande retoriche sul mondo che ha già predisposto nel suo modello teorico astratto. La realtà su cui indaga è una realtà che ha scelto e su cui si illude pericolosamente di detenere un punto di vista privilegiato. 
Lo scienziato suppone in modo non legittimo che ingaggiando una esplorazione disciplinata dal metodo sperimentale possa essere immune contro ogni forma di inquinamento irritante delle interferenze umane. Tali interferenze sono etichettate come “rumore” che disturba. Sarebbe a dire: il lavoro dello scienziato deve essere depurato dal rumore affinché il modello che ha della realtà sia perfettamente governato dalle leggi scoperte. Tutto il resto è solo epifenomeno. Depura et Labora. Sembra una missione teologica.


3) Spiegandomi come funziona un fenomeno, cerco di descrivere la sua condotta. Ma descrivere il funzionamento può bastare all’interno della epistemologia newtoniana, capirne il meccanismo, la causa efficiente e materiale direbbe Aristotele. Però a questo punto appare chiaro che rimuovere i qualia rischia di contribuire a sfornare un disegno metafisico potente della scienza, in cui sottraendo la partecipazione umana del ricercatore, cioè le sensazioni fattuali che abbiamo dei fenomeni (elemento psicologico puro, direi), rischiamo di trascurare deplorevolmente la complessità dei fenomeni fisici in rapporto a noi stessi.
Capisco e accolgo le immediate proteste! “Questoè antropocentrismo!”.
Ma ancora una volta vi chiedo: vi ostinate a ritenere deleteria l’influenza dell’uomo sulla prassi scientifica quando appare chiaro che il livello di indagine su cui vi muovete è soltanto una verso del  multiverso a cui siamo intimamente connessi.
La scienza legata al suo specifico mondo di riferimento esclude altri mondi di fenomeni complessi non riducibili agli assiomi e al metodo di indagine sperimentale. Regolata come un orologio da regole infallibili che mantengono una visione armonica e consensuale dell’universo conduce ad una prospettiva teleologica che trova una poetica sintesi in questo passaggio di Laplace:

“Un’intelligenza che, per un istante dato, conoscesse tutte le forze da cui la natura è animata e la situazione rispettiva degli esseri  che la compong
ono, se fosse abbastanza vasta da sottoporre questi dati ad analisi, abbraccerebbe nella stessa formula i moti dei corpi più grandi dell’universo e quelli dell’atomo più leggero: per essa, non ci sarebbe nulla di incerto, e il futuro come il passato sarebbe presenbte ai suoi occhi. Lo spirito umano offre, nella perfezione che ha saputo dare all’astronomia, solo un barlume di tale intelligenza”. P.S. Laplace (1814)



Concludo questo lungo post, sebbene abbia già fatto di tutto per far scappare i miei 17 lettori. Il mondo della fisica a cui ho fatto riferimento è epistemologicamente al tramonto. Dalla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento abbiamo assistito ad una curiosa inversione. Man mano che l’epistemologia newtoniana andava declinando verso una epistemologia della complessità con il lavoro di Einstein, con la fisica quantistica, con Godel, con la scienza sistemica, con la teoria del caos e la nuvola di Lorenz, contemporaneamente esplodeva la società tecnologica in tutta la sua effervescenza. Disorientando tutti e gridando al miracolo tecnologico, si è fatto in fretta a ritenere che la scienza fosse sul piede giusto e tutto il resto fosse sbagliato.
La scienza naturalmente non ambisce più al giusto e alla perfezione, ma al raggiungimento dei limiti per superarli qualora vengano riconosciuti. In fondo, quando si verificano delle frizioni tra teorici e moralisti, i primi non devono poi troppo scandalizzarsi della generosità degli altri ad accettare troppo rapidamente conclusioni o idee del mondo senza fondamento scientifico. Le opinioni di un credente possono sempre rivelarsi un ottimo spunto per affrontare in maniera alternativa problemi complessi. Quanto più possono apparire incomprensibili tanto devono suscitare la curiosità del tollerante.
In realtà, di un fisico e in generale degli scienziati ammiro il fatto che per sostenere la loro ipotesi sono più garantisti di un discutibile credente: vogliono le prove fino al ragionevole dubbio prima di dire sciocchezze.

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