Chiusura della Terapia

Poltrona. Gaia Laurini.
Quando chiudere una terapia? Semplice, quando raggiungi gli obiettivi stabiliti nel primo colloquio. Ma la semplicità nasconde trabocchetti. La sofferenza umana nella sua creativa riflessione non conosce limiti. Quanto avviene nel corso della terapia è comparabile con lo scenario delle matrioske russe o del vestito di una cipolla: man mano che procedi e raggiungi un obiettivo ti ritovi nuovi concetti di te stesso (in questo caso del paziente). 
Proviamo ad immaginare il seguente film.
Il paziente ha bisogno di contattare un terapeuta per un primo colloquio. Non importa se qualcuno gli ha consigliato o “intimato” di vederlo. Faccio notare che uno dei seri inconvenienti che li frenano nel prendere appuntamento consiste nella sgradevole razionalità di constatare che se si tratta di un problema psicologico non solo non riusciremo mai a risolverlo ma costa quanto un mutuo per una casa. 
Una volta preso l’appuntamento nel primo colloquio il paziente esibisce una singolare capacità nella descrizione del suo problema, grave ma allo stesso tempo disponibile ad una risoluzione rapida. Cercano di raccontare tutto in un’ora, dal caotico quadro dei sintomi alla dissertazione filosofica sull’uomo all’elencazione dei vizi e delle virtù desumibili da un trattato sulla morale. Poi, alla fine dell’ora, quando si prova a ridefinire il problema in termini pragmatici con specifici obiettivi, il paziente interdetto e sorpreso della enigmatica spigliatezza del terapeuta cerca di aggravare un altro po’ il problema richiedendo prontamente garanzie di riuscita in tempi brevi nonostante la incauta aggiunta. Dopotutto manifestando una assoluta sfiducia nella psicologia e viceversa garantendo al terapeuta una innaturale collaborazione che ha come strumento la contraddizione e come scopo il riconoscimento di aver fatto ottimi progressi con le proprie solitarie forze e di aver fallito nonostante la terapia (quindi grazie ad essa!).

Bene, quando si individua la fine del percorso terapeutico la psicologia è il terreno su cui il paziente si muove meglio. Il distacco diventa un problema quanto più ha lavorato con il terapeuta, il quale si pone nella  posizione di colui che può sapere fatti personali del paziente che questi non rivelerebbe nemmeno ad un amico. Eppure tale asimmetrica posizione in psicologia si rivela  vincente. Molto spesso viene confermata la banale asserzione che facciamo presto a vuotare il sacco occasionalmente ad un estraneo che magari non rivedremo più piuttosto che ad un caro familiare o vicino amico e ci fa bene. Questo è un misterioso aspetto psicoterapeutico che affronteremo un’altra volta. 
Ritornando al problema iniziale, quando chiudere e come interrompere un rapporto terapeutico? Una volta che il paziente ha raggiunto un grado di autonomia laddove il problema la precludeva, il terapeuta la conferma affinché il paziente possa sentirsi riconosciuto come attivo collaboratore del lavoro terapeutico. Il paziente ne sarà grado. Perché quando il paziente chiede un aiuto quanto meno nella maggior parte dei casi si pone gerarchicamente in posizione inferiore. Al termine della terapia tale rango etologicamente parlando viene riqualificato nell’ottica di una relazione comune e condivisa, cioè da pari per raggiungere un obiettivo che non sia un trofeo ma un  successo  per entrambi (maggiore conoscenza emotiva, simmetrica).
Essendo due persone con emozioni e storie personali, finiranno per confrontarsi poi con un distacco che prevede certe ridondanze. Un depresso si comporterà differentemente da un fobico. Insomma, se l’intensità della sofferenza sarà attenuata in corrispondenza di una autonoma capacità di riordinarsi le dinamiche emotive dei propri problemi, il paziente è pronto ad allontanarsi. Sebbene ci sia un distacco, si può articolare in una frequenza di appuntamenti non più settimanali ma bisettimanali e poi trisettimanali e così via. 
Cambia la relazione ma tale cambiamento non  implica la fine del rapporto. Ci sono numerosi modi di mantenere il rapporto, dalle lettere agli incontri mensili. Ritengo che sintomo di autonomia personale lo si può osservare nel paziente quando questi diventa supervisore di se stesso, capace di poter accedere ai vissuti che in altri tempi erano appena percepbili se non in misura caotica (e sofferente), consapevole di riferirsi ad una storia in cui lui è protagonista anzicché il disturbo mentale.
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