Pensieri Automatici

Spesso ci accorgiamo di parlare da soli, con noi stessi. Un’attività personale davvero affascinante se ci pensiamo. L’uso del linguaggio è strettamente associato ad una interazione tra almeno due attori, il mittente, il destinatario e viceversa. Non solo emettiamo una frase verso qualcuno, ma la ascoltiamo oltre ad attendere la risposta. Una pratica nella quale scorrono informazioni. L’uomo che trovi a parlare con se stesso poi assume una immagine impareggiabile se lo confronti con il mondo animale. Beninteso, alcune specie probabilmente usufruiscono di una mente, di una protomente, ma al contrario di quanto avviene nel mondo umano non intrattengono con se stessi monologhi. Le parole hanno un privilegio importante: sono a stretto contatto con il mondo interiore dell’uomo. Certo si tratta di un rapporto mediato e nella sua specifica natura abbastanza impressionante. Il mondo interiore è luogo del silenzioso via vai di pensieri, immagini, idee, sentimenti. Nell’atto di renderli disponibili ad essere comunicati, a dialogare su di essi, si manifestano nella veste umana del linguaggio parlato. In quella catena di istanti tutto quanto prodotto dall’attività mentale cessa l’incanto antidiluviano e prende forma in dialoghi con amici, monologhi con nemici, confessioni ammesse con esclusivi testimoni.

Ora, succede pure che facciamo dei minimonologhi, veloci e precise operazioni mentali cui le parole faticosamente cercano di organizzare, anzi sono spesso ridotte all’osso. E’ quanto accade con i pensieri automatici, rapidi e appresi durante il nostro convivere con le persone più importanti. “Non sono all’altezza…”, “sono debole…”, “non riesco mai a decidere”, “dipendo sempre dagli altri”, “sono grassa”, sono mezzi economici ed efficaci a rinsaldare una complessiva visione del mondo congruente con la percezione al tatto, cioè di come viviamo emotivamente la nostra esperienza. Per uno psicologo cognitivo stiamo parlando di pensieri disfunzionali, messi in pratica nel dialogo interno. Ma io terrei a precisare che quando decidiamo cosa sia funzionale rispetto a cosa sia disfunzionale, è necessario rendere chiaro quali sono i criteri per cui si ammette tali distinzioni. Il concetto di funzionalità rimanda ad un modello di efficienza stabilito da qualcuno che ha il privilegio di adottare la classifica di ciò che giusto e ciò che è sbagliato. Questo modo di fare scienza psicologica è simile a come si faceva scienza prima della relatività generale e della meccanica quantistica.
D’altro canto i pensieri automatici propongono basi di appoggio, strutture di assestamento, una “viabilità” nel discorso quotidiano con l’altro. Un distributore pronto a fornire materia prima all’occorrenza. Ricamano una efficace stabilità con tutto il flusso di dati che inesorabilmente definisce i nostri confini col mondo. Sono sempre disponibili, durevoli nella maggior parte della nostra vita, strettamente intrecciati a sentimenti cresciuti nella propria famiglia, sono la nostra carta di identità.
I pensieri automatici sono regole che fatte da noi indirettamente costano poco, per cui le usiamo. Non sempre sono efficienti, l’aggettivo stesso “automatico” coglie la inevitabile fallibilità. In un ambiente che cambia a ritmi impredicibili, servono pure strategie duttili di apertura e analisi contrastanti rispetto alle consuete procedure mentali. Ecco perchè spesso non tutto corrisponde ad un pensiero automatico. In quei precisi momenti lo testimonia l’emozione che vigila sempre laddove il pensiero non riesce a spiegare le proprie contraddizioni. Esempio tipico: “io sono sempre stato sanissimo e abbastanza forte. Non ho mai avuto bisogno di un dottore. Eppure l’altro giorno mentre ero in fila alla posta ho avuto un attacco di panico. Una paura…”

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