Cultura in cerca di Memoria

In questi giorni leggo un libro di Maurizio Bettini, un filologo. Si tratta di un libro piccolo di 180 pagine che si intitola I classici nell’età dell’indiscrezione suggerito a sua volta da un’altra lettura. Ho appena letto il quinto capitolo, Mnemosyne In Biblioteca e vale la pena darne una sintesi.
L’Autore si sofferma sulla affascinante distinzione fra cultura orale e cultura scritta. Parte dalla osservazione che in principio la dea della cultura era la memoria, Mnemosyne, che in Esiodo era la madre delle Muse. Tutto ciò che poteva dirsi cultura era conservato nella memoria di ciascuno che non ne scriveva, ma ne parlava, decantava, rifletteva con l’amico o raccontava in comitiva. “In un certo senso ogni uomo possedeva la sua piccola o grande biblioteca, e la portava sempre con sé. Il discorso banale quanto serio era quindi inesorabilmente afflitto dalla caratteristica di “svanire nell’aria” una volta pronunciato. La nostra cultura è vissuta per secoli in regime di oralità. E asserisce: “L’assenza di caratteri grafici non impedisce dunque la nascita e lo sviluppo della cultura: semplicemente rende tutto più lento. Il testo scritto possiede in sé una velocità quasi bruciante, una volta composto può essere subito riutilizzato da altre persone, che sulla base della sua lettura possono comporre ulteriori testi.” Aggiungo, provate a pensare quanto scritto da Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproduciblità tecnica.

Al contrario in un regime di trasmissione orale questo processo non accade per il semplice motivo che non è possibile riutilizzare quanto prodotto e immagazzinato personalmente da coloro che memorizzano e trasmettono con “parole alate”. In questo caso non si può che appellarsi alla memoria personale o al massimo consultare quella di qualche amico. “Non si può andare a studiare in biblioteca. A rigore in una cultura orale non si può neppure studiare, almeno nel senso in cui noi intendiamo questa parola”.
La parola scritta, le lettere dell’alfabeto introdotte dai fenici tremila anni fa, hanno cambiato tutto. La cultura può essere conservata, “stoccata” in supporti specifici, tavolette d’argilla, pareti di grotte o piramidi, papiri, rotoli, codici, libri, memorie digitali. Oggi le Muse sono figlie di Graphé, la scrittura.

In aggiunta, per comporre qualsiasi genere di lavoro letterario abbiamo bisogno di una tastiera di pc, o almeno di penna e foglio di carta. Neppure possiamo permetterci di sostenere che la cultura è dentro di noi, se non in formato ricordi di banchi di scuola, pagelle terroristiche, copertine di libri fulminanti , vignette di fumetto, idee frastagliate o filastrocche meccaniche. Noi possiamo elaborare e produrre ma il prodotto, il manufatto culturale, è conservato e amministrato in biblioteca. Aggiungo, oggi il sapere che produciamo o leggiamo è senza riserve concesso alle pagine di internet. Forse concesso da noi con la speranza che sopravvivano al nostro (pudico) corpo o in qualche strana maniera possano servire a lettori che dimenticano in fretta.
“La memoria, uscita dalla piccola mente dei singoli si è fatta una macchina poderosa, immensa”.
Bettini conclude con un passaggio estratto da Le Confessioni di Agostino che vale la pena scrivere per intero:

“E vengo ai territori, e all’ampio palazzo della memoria (et venio in campos et lata praetoria memoriae): dove sono i tesori delle innumerevoli immagini che le percezioni dei sensi vi hanno condotte. Lì sta riposto anche tutto ciò che pensiamo, sia accrescendo, sia diminuendo, sia variando in qualunque modo ciò che i nostri sensi hanno sfiorato, e tutti gli elementi che vi sono stati lasciati in deposito, di riseva: purchè l’oblio non li abbia già inghiottiti e sepolti. Quando giungo in questi luoghi, chiedo che mi sia portato ciò che voglio, e alcune cose arrivano subito, altre richiedono ricerche più lunghe ed è come se si dovesse strapparle via da depositi più misteriosi. Altre cose, poi, scendono giù a mucchi, e mentre si cerca e si vuole altro, saltano in mezzo come se dicessero: “siamo noi, per caso?” Ma io, con la mano dello spirito, le allontano dal volto del mio ricordo, finché la nebbia si dilegui e ciò che voglio venga di fronte a me, fuori dai suoi nascondigli. Altre cose, invece, arrivano facilmente, e si presentano nell’ordine preciso in cui sono state richieste: e quello che viene prima si ritira ordinatamente di fronte a ciò che segue e, ritirandosi, torna a riporsi, pronto a ripresentarsi ancora quando lo vorrò”.

L’accenno alla “mano dello spirito” che sposta via ricordi o immagini non richiesti inquietamente anticipa il touchscreen di un Iphone.
“Agostino parla della memoria, e pensa a un archivio: parla di immagini, e vede caratteri grafici. E’ già talmente dentro la nostra moderna cultura – fatta di litterae, di segni che delegano la conoscenza fuori di noi – che guidati da lui siamo già entrati, senza essercene accorti, là dove dovevamo entrare. Nel grande archivio“.

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