Cervelli Economici

Il cervello sta cambiando per via dell’azione massiva di internet e stiamo diventando più stupidi, dicono. Il tempo che vi si dedica, le proposte inverosimili a cui si è sottoposti, la dipendenza da chat e smania di controllo di email, i social network e la digitalizzazione progressiva dell’esistenza dei nativi. Questa considerazione spesso fa leva sul discorso che il cervello ha una natura plastica come dimostrano le neuroscienze. Ma questo argomento non spiega l’ipotesi che il cervello possa cambiare sotto l’influenza di internet e del suo braccio armato famigerato pc. C’è un gustoso articolo di Steven Pynker sul The New York Times in cui afferma che negli anni Cinquanta si riteneva che le riviste comiche avrebbero deviato le menti giovanili quando al contrario si registrava un calo dei crimini, così come le denuncie negli anni Novanta contro i videogame di nuova generazione anche in quel caso coincisero con il maggiore calo negli States dei crimini di strada. Stessa constatazione per i decenni passati davanti a televisori, ascoltando le radio a transistor o vedendo i video rock sono accompagnati da una mole di ricerca in cui si evidenzia un aumento statistico del quoziente intellettivo della popolazione. Ogni forma di media ha sempre provocato un considerevole panico moralistico, che sia stata la carta stampata, i giornali o i libri, il walkman o la tv. Stiamo diventando più stupidi o la crescita esponenziale di sapere grazie alla informatizzazione accompagna una maggiore consapevolezza della nostra casuale e fragile conoscenza?

Faccio notare che l’idea della plasticità cerebrale, i neuroni e i collegamenti fra di essi non sono fissi dalla culla alla tomba, è difficilmente utile per sostenere la tesi che la dipendenza da internet possa cambiare il nostro cervello in peggio. L’abuso è sempre deleterio, ma questa è la nota dolente applicabile a tutte le attività umane, dalle più innocenti e salutari a quelle diaboliche e terminali.
Inoltre quando parliamo di plasticità facciamo riferimento all’apprendimento, processo cognitivo eccezionale negli esseri umani. Ma l’apprendimento non è ereditabile geneticamente, al massimo trasmissibile culturalmente. Non solo. Il cambiamento plastico del sistema nervoso implica una serie di conseguenze. Le connessioni neuronali possono riorganizzarsi al punto che non possiamo identificare un luogo privilegiato e definitivo di controllo nel cervello umano. Spesso questo tipo di intima credenza è associata alla istantanea sicurezza di aver un controllo onnicosciente su noi stessi e sul mondo (autocoscienza). La plasticità invece ci permette di osservare una mutua e coordinata interazione fra le varie parti del cervello per cui nessuna è gerarchicamente al primo posto rispetto ad altre. Tale proprietà la possiamo definire decentralizzazione. Questo significa che difficilmente potremo trovare un confine preciso fra i vari sottosistemi nervosi come ad esempio tentò di modellizzare la frenologia.

Provate a distinguere nettamente l’attenzione dalla percezione o dalla memoria, pur essendo attività cognitive diverse l’una dall’altra. Ecco, una sfocata caratteristica dei processi di pensiero che ci conduce all’ultima osservazione ancora più fitta di nebbia: la coalizione fra le parti genera una globalità che non deriva dalla loro somma. La Gestalt ha fornito l’efficace slogan: il tutto è più della semplice somma delle parti. Quando si rompe una parte del nostro cervello non va in tilt tutto quanto.
Quindi un cervello in cui nessuno comanda, ogni attività mentale si dissolve ineffabilmente nell’altra e dall’alto l’insieme non coincide con le parti. A ripensarci, una macchina che non si venderebbe davvero.

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