Il rischio della libertà

 

“Innanzitutto bisogna dire che la libertà è un grande ideale, ma un ideale aristocratico. Le masse non sentono il bisogno della libertà; sentono il bisogno del cibo. Combattono, talora, per l’indipendenza; molto raramente per la libertà. Alla libertà, che comporta rischio, responsabilità, fatica, preferiscono la sicurezza. Non a caso il liberalismo ha così pochi sostenitori in Italia e nel mondo. E’ il socialismo che avanza al suo posto, promettendo sicurezza, ma a prezzo della libertà, anche se non lo si dice. Ed è naturale, perché la libertà, fra l’altro, produce diseguaglianza, non l’eguaglianza. Gli stessi liberali superstiti sembrano stanchi della libertà. Il conservatore, perciò, tenendo conto di questa situazione, considera la libertà individuale una grande fonte di scoperte, invenzioni, scoperte, stimoli; ma anche di oppressioni, mutilazioni, distruzioni. Perchè la libertà è potenza, e la potenza dell’uno è spesso a danno della libertà dell’altro, specie se più debole. E non esiste nessuna regola per stabilire quando la libertà da benefica si trasforma in nociva. Sicché, per il conservatore la libertà individuale non può essere un diritto, bensì una concessione, che lo Stato può negare, ritirare o ridurre.”


Questo è un passaggio che ho tratto dal libro Intervista sulla destra, a cura di Claudio Quarantotto che intervista Giuseppe Prezzolini, colloqui concessi al curatore nel Marzo ed Agosto del 1977, edito da Mondadori nel 1994.
Il passaggio è estremamente interessante ed aperto ad innumerevoli commenti.

Una nota: Gaga ha visto un documentario sui gulag e ne è rimasta sconcertata. Ne parlavamo e cercavamo di spiegarci cosa significasse all’epoca la contrapposizione tra capitalismo e comunismo e quindi tra USA e URSS. Poi mi sono detto: in sessanta anni la cortina di ferro ha provocato una scissione politica, tecnica, sociale e psicologica. Come è possibile smaltire tutta questa sconnessione esistenziale in così pochi anni dopo la caduta del muro di Berlino
nel 1989?

 

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