Ulisse e Moby Dick

Alcuni giorni fa raccontavo a mio figlio la storia di Moby Dick. La storia si conclude in modo stupefacente ai suoi occhi, già sconcertati dal colore biancastro della balena. Non se ne dava una ragione. Siccome mi chiede puntualmente di narrargli qualche avventura di Ulisse mi è venuto in mente la strana analogia che lega il capitano Achab all’Ulisse di Dante. Alla fine del libro, Achab inchiodato alla balena bianca scende negli abissi mentre il mare lo racchiude. Lo stesso accade nel canto dantesco dopo che Ulisse e il suo equipaggio per seguir virtude e canoscenza si avventurano verso gli emisferi settentrionali laddove scorgeranno i contorni della torre del Purgatorio. Proprio in quel momento una tempesta sconvolge il mare che li sommergerà nelle onde burrascose. Entrambi nel finale delle storie letterarie racchiusi dall’intervento tecnico del mare.
Degno di nota, mi è capitato
giorni fa di ascoltare alla radio che il poeta Carlo Porta ha tradotto alcuni canti danteschi in milanese. Mi è venuto in mente come l’opera artistica sia in grado di scavalcare le capacità tecniche del proprio autore. Ciascun dialetto rivela una riproducibilità tecnica dell’opera d’arte ancor prima degli strumenti tecnici che conosciamo oggi. Accadde in forma quasi metafisica con Bach che non si prese più cura di indicare gli strumenti musicali per eseguire le ultime sue composizioni.

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